Pagina 3 di Serena Giunti

Un velo di cipria, una passata di mascara sulle ciglia. Niente rossetto. Indosso i jeans scarabocchiati che, la settimana scorsa, mi ha prestato mio fratello ed esco. Quel bel viso sul corpo zoppicante è davanti a me, con la giacca lisa e scura copre le grandi spalle, sicure. Lo seguo, senza pensare.

Sono arrivata. Scendo le scale e riconosco col fiato sospeso la porta nera, che si apre per me, per la seconda volta.

Non ho giustificazioni: questa volta sono venuta io, da sola, spontaneamente.

Mi appoggio alla porta. Spingo la tenda rossa di pelle, pesante, che mi ricade dietro le spalle. Mi chiedo perché sono qui. Trattengo il respiro, come a non voler fare rumore.

E invece mi ha vista, mi guida per il corridoio e invita con gesti ospitali ad entrare nella stanza, disegnata da mille colori frammisti tra loro senza rivelare figure nette o identificabili, astratta.

Mi stringe a sé senza motivo, senza lasciarmi il tempo di decidere o ribellarmi.

Stretta a lui, con forza, immobile, sento le sue mani cercarmi ovunque, percorrendomi il corpo con lentezza, quasi a scandire i secondi. Il viso, attorniato, da angelici capelli biondi da cherubino, chino su di me, lascia che le labbra coprano di baci, quasi cattivi, il mio volto, il collo e le spalle.

La sua sensualità mi lascia indifesa all'approccio, i sensi improvvisamente pronti e ricettivi.

Sono spaventata dalla mia arrendevolezza e cerco di scuotermi, ribellarmi, ma è inutile: tutto questo è il contrario di me.

Cerco di pensare, ma vivo la passività quasi come fosse la prima condizione perché il sogno non si fermi, desidero e approvo.

Con il dorso della mano mi sfiora delicatamente il viso: la pressione quasi impercettibile, mentre il viso m'appare di velluto, morbido sotto le sue dita carezzevoli e sicure. Scopro il mio corpo, la pelle morbida ed elastica, i muscoli guizzano attenti e le risposte pronte agli stimoli sapienti, la mano sul collo, carezze disinvolte ed esperte. Con l'altra mano mi libera dal cappotto e apre la camicetta morbida.

Senza scostarsi mai, come in un concerto, la mano dentro i miei jeans. Lento e rituale mi accarezza e mi svuota, sensuale e senza fretta.

Ho le gambe molli e sento il ventre sciogliersi e scivolare, abbandonata in un fluido tiepido e struggente tra le spire di una sensualità nuova e struggente, con la voglia che tutto questo non finisca mai. E continui sempre, senza smettere mai.

Temo di perdere i sensi, vorrei sdraiarmi, ma resto inerte, nel timore d distruggere l'incantesimo che ci avvolge. Non rispondo di me, disconnessa, non mi arrivano più i comandi. Siamo parte di un concerto armonico e perfetto, senza stonature o errori. Il mio perbenismo e la ragione non lo volevano eppure sono qui, quello stesso che avevo allontanato muove le sue mani su di me ed io ne sono felice.

Una mano è ora sulle mie labbra, morbide e inerti, e le preme prepotente, fino a che esasperate si aprono. I denti, a contatto con la mano calda e forte, ricevono l'atavico stimolo di mangiare ciò che ci piace, e mordono, mordono con tutta la forza che riescono a trovare ed esprimono finalmente l'urlo della mia anima.

Non tenta di ritrarre la mano, mentre io continuo a morderla, tenace, con tutta la forza che mi è rimasta, nel corpo sfibrato e lo odio. Abbandono la presa e sono me.

Reto sola adesso, in questa stanza dalle pareti nere e piccoli punti gialli la illuminano, come vergognose, verso i muri.

Il cappottino sotto la testa, sul pavimento che mi fa rabbrividire la schiena, nella languida spossatezza che segue il piacere.

Sento dei passi. E la paura mi attanaglia. Devo scappare, voglio fuggire. Una mano piccola, leggera, mi scompiglia teneramente i capelli. "Mamma - chiamo - è il risveglio da un sogno. La piccola donna mi osserva sorridendo.

- Chi sei? -, le chiedo, diffidente.

- Chiamami Luna. Io ti chiamerò Inverno. - risponde una vocina quasi infantile.

- Perché Inverno? - , chiedo curiosa ed insieme sospettosa.

Luna sorride, senza rispondere.

- Vieni con me o ti raffredderai, così, sul pavimento.

- Sto andando via, grazie.

- Vuoi che torni "lui"?

- No! - grido quasi.

- Allora seguimi! - . Si alza, sorridendo di nuovo.

Luna mi aiuta ad alzarmi e mi sorregge alla vita. Le sue piccole mani tranquille sono forti.

Non immaginavo che questa ragazza, che pare una bambina cresciuta troppo in fretta, potesse avere tutta questa energia.

Mi conduce nella stanza attigua, scostando con delicatezza tre pesanti tende che si sfiorano tra loro, tanto sono vicine.

"Non usano porte in questa casa", penso.

Le pareti sono coperte da poster su ogni lato: dal pavimento al soffitto, come unico arredo posters colorati in bianco e nero, e in tutti lei, Luna: vestita, nuda, seduta, in piedi, sdraiata, in passi di danza e in altre pose.

- È la mia stanza. - , spiega tranquilla, con voce sottile.

- Chi sei Luna? - chiedo, curiosa.

- Per lui?

- Anche -, rispondo in fretta, ansiosa, mentendo.

- Per lui, sorella. - risponde sempre a bassa voce Luna, calma, come se ogni altro pensiero mai la possa sfiorare, è semplicemente fuori di lei.

- Nel senso genetico della parola? - insisto, assurdamente.

- Nel senso che quando avevo dieci anni, lui mi ha raccolto per la strada, dove stavo elemosinando pochi spiccioli, costretta dalla nuova moglie di mio padre. Sono stata con lui, sempre, da allora fino ad oggi e continuerò a seguirlo ovunque, finche' non gli darò fastidio o lui partirà. Io non voglio lasciare l'Italia. Non voglio incontrare di nuovo mio padre o la mia matrigna. - dice con la medesima vocina, senza ombra di emozione, ma con gli occhi che brillano non so se di odio, orgoglio, amore o qualsiasi sentimento ella provi.

- Immaginavo che tu non fossi italiana: sei piccola, minuta, con lunghi capelli lisci e gli occhi allungati. Graziosissima. Di dove sei? Di quale nazionalità? - chiedo.

- Ora sono italiana. - e chiude gli occhi, chinando il capo sul seno coperto da una leggera tunichetta gialla.

Capisco che per Luna il discorso è chiuso, ma la mia curiosità non conosce argini; mille domande mi salgono alle labbra ed unica incertezza è la precedenza chiedevo dare alle une sulle altre.

Ma il silenzio e la posa di Luna sono così ermetici e dignitosi, che decido di rispettare il suo raccoglimento. Quanto mi piacerebbe leggere dietro quella fronte liscia e pudicamente incorniciata dai lunghi capelli neri che le accarezzano le spalle, proseguendo fino alla schiena ottusamente curva in avanti.

- Rispetto le tue origini ed il mistero nel quale intendi lasciarle.

Luna rialza il capo e sorride.

- Hai mai fatto l'amore con lui? - chiedo nuovamente indiscreta, malgrado i buoni proponimenti.

- Una volta: quando ho compiuto diciotto anni. È stato il suo regalo ed il riconoscimento della maggiore età e inizio della mia vita di donna. - risponde col capo eretto sulle fragili spalle e gli occhi fermi nei miei.

- Chi sei?- le chiedo ora amichevolmente.

- Una donna. Che lo accetta, che non vede la sua andatura zoppicante, che accetta la sua fidanzata ricca.

- La sua donna, malgrado tutto?

- Una donna - risponde calma. - Una donna, come te, forse un po' diversa. Ma una donna, come tu sei una donna, continua, avvicinandosi e passando le sue piccole mani sui miei seni, tranquille.

Trasalisco a quel contatto inaspettato e mi stringo la camicetta addosso, come a proteggermi di nuovo.

Decido di andarmene. Il suo viso è chiaro, limpido, non lascia trapelare nulla. Ho di nuovo la sensazione che i suoi pensieri viaggino lontani, pilotati da un motore esterno.

Il sorriso quieto di Luna incontra quelli suoi e immotivati dei poster Pare che il sorriso sia l'unica espressione su quel giovane viso.

- Mi piacerebbe avere un tuo poster, Inverno, qui. Me lo porterai? Lo vorrei grandissimo, con te, sul pavimento, come ti ho trovato prima, con la schiena indifesa e i capelli scomposti.

Mi guardo attorno per prendere un po' di tempo ed il sorriso di Luna riempie tutto. Dev'essere la sua forza, mi dico.

Se vuoi, scatterò io la foto. Una scarica di adrenalina sta mettendo le ali ai miei piedi.

Apro la porta ed esco da quelle tende più chiuse di una porta blindata.

- Sarà il nostro segreto, la mia scoperta, sul soffitto e ti guarderò ogni volta che starò qui.

- Eri qui, anche l'altra volta? - chiedo, mentre abbottono il cappotto.

- Sì, ma ti ho vista solo andar via. A lui sei piaciuta, ha detto che eri giusta ma non lo vuoi.

- Che significa giusta?

- Devi capirlo da sola.

Sorrido pensando divertita al morso feroce che avevo dato alla sua mano, per punirlo ancora.

E poi, implacabile: - Non esci mai? Non conosci nessun altro? - L'ho già detto.

- E per le spese? Il pranzo, i vestiti, le scarpe e le tue necessità di donna? - insisto per quella scandalosa segregazione

- Pensa lui a tutto ciò che mi serve. Io esco con lui, quando andiamo in vacanza: al mare, in montagna, a correre sui campi. Ed è bellissimo. Io sto bene così.

- Mah! - esclamo sconcertata.

- Tornerai? -, chiede Luna, ansiosa, finalmente con una piccola sfumatura nella voce.

- No.