Il premio Pasolini 2022

"PASSATO E PRESENTE: i linguaggi d'arte" il Premio di Risguardi 2022 dedicato a Pier Paolo Pasolini, l'artista grande sperimentatore di linguaggi e si può dire che abbia attraversato quasi tutti i generi e le forme espressive. La cultura dei linguaggi dell'arte è l'unica forma di comunicazione, che consente di rappresentare l'intimità che esiste tra un sistema sociale ...

Il concorso per il Premio Pasolini 2022 è riservato agli artisti espositori, ammessi dal Comitato tecnico. Saranno premiate con riconoscimenti distinti le arti visive e quelle letterarie.

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Pier Paolo Pasolini Figura
Pier Paolo Pasolini Figura

100 anni di Pasolini

Il personaggio anarchico, comunista, reazionario. Trasgressivo, con la sua sessualità ossessiva e violenta, e spirito religioso. Profeta, nella sua critica serrata al consumismo che appiattisce identità, coscienze, linguaggi, e passatista, che nel mondo dei sottoproletari vagheggia un ideale rurale guidato da regole antiche, nobili, crudeli. Pasolini spettro intellettuale. Pasolini icona pop.

Se noi prendiamo tutta l'opera di Pasolini dalla prima poesia che scrisse quando aveva 7 anni fino al film Salò, l'ultima sua opera, noi avremo il ritratto della storia italiana dalla fine degli anni del fascismo fino alla metà degni anni '70. Pasolini ci ha raccontato cosa è successo nel nostro paese in tutti questi anni

La forza della parola ha sempre affascinato l'artista per la potenza evocativa che essa possiede. Essa ci dà una visione dell'universo umano che non è mai completamente pura, totalmente aderente alla realtà, bensì quest'ultima, può essere deformata dal poeta/scrittore del momento che, in base al suo stato d'animo, ne sottolinea un aspetto piuttosto che un altro. Il modo migliore per cogliere la realtà è riuscire ad afferrarla in tutte le sue manifestazioni e questo, per Pasolini, lo si può fare in modo particolare attraverso la rappresentazione visiva.

Coraggioso e lucido nell'analizzare la realtà del suo tempo, Pier Paolo Pasolini fu l'intellettuale veggente. La sua arte tracciò i contorni di un futuro politico e culturale del quale lui stesso fu privato. Messo a tacere da una morte prematura, vigliacca, avvolta nel mistero, cui sola certezza fu quella di aver spento forse la voce più illuminante del nostro Novecento

.di Anna Concetta Consarino


Archi D'arte organizza una mostra online e in prestigioso luogo a settembre, che si concluderà con il Premio Pasolini 2022, in occasione del centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini.

La premiazione sarà preceduta da una conferenza per approfondire la figura cardine del '900: grande intellettuale e poeta, regista e pittore, l'autore italiano del '900 forse più conosciuto nel mondo.

Sarà una buona occasione per scoprire o riscoprire un intellettuale certamente controverso, ma capace come pochi altri di dialogare con il presente. L'incontro sarà arricchito dalle letture di alcune delle pagine più celebri dell'autore. 


"PASSATO E PRESENTE: i linguaggi d'arte" il Premio di Risguardi 2022 dedicato a Pier Paolo Pasolini, l'artista grande sperimentatore di linguaggi.

Si può dire che Pier Paolo Pasolini abbia attraversato quasi tutti i generi e i linguaggi espressivi. Quando nel 1950 si trasferisce a Roma, ha modo di conoscere i ragazzi che vivono nelle borgate, la loro allegria, la loro vitalità. È questo il mondo che descriverà nei suoi primi romanzi. A partire dal 1960 Pasolini scopre nel cinema un mezzo espressivo che si rivela adatto alle sue ricerche stilistiche e al suo bisogno di immediata comunicazione visiva. Debutta con "Accattone" nel 1961. Ma Pasolini non è solo letteratura e cinema. Nella sua incessante e febbrile produzione abbraccia teatro, pittura, musica. Nel 1975 Pasolini lavora al film Salò o le 120 giornate di Sodoma. È un film estremo, l'ultimo feroce attacco alla sempre più opprimente società dei consumi. Non farà in tempo a vederlo uscire nelle sale. La notte del 2 novembre 1975, nei pressi di Fiumicino, verrà assassinato.

Pasolini pensava di diventare uno storico dell'arte e aveva proposto al maestro Roberto mLonghi una tesi sulla storia della pittura contemporanea (il manoscritto con i primi capitoli andò perduto nei giorni dell'armistizio dell' 8 settembre del 1943). Pasolini aveva proposto a Longhi tre possibili argomenti: il primo sulla Gioconda ignuda di Leonardo (secondo Galluzzi il tema poco pasoliniano, ma individuato per ragioni pratiche, visto che uno degli esemplari riferibile al supposto prototipo perduto era di Paolo Weiss, amico dello zio materno del poeta, l'antiquario Gino Colussi); il secondo su una Deposizione del pittore friulano Pomponio Amalteo, commissionata da antenati della sua famiglia (Galluzzi sottolinea "l'analogia tra i Colus del 1499 minacciati dai Turchi e i Colussi del 1943 minacciati dai nazisti"); l'ultimo, il preferito sia per l'allievo che per il maestro, Sulla pittura italiana, il tema che lo appassiona di più e che molto probabilmente riguardava proprio i capitoli smarriti durante l'armistizio.

Il grande carisma di Longhi non trascina Pasolini solo verso l'arte figurativa, ma anche, in modo più inaspettato, verso il cinema. Lo storico dell'arte amava il cinema e si cimentò insieme all'amico regista Umberto Barbaro in alcuni documentari d'arte (1947-1948).

Il Carpaccio, ritrovato da Paola Scremin, è strutturato come una lezione tipica di Longhi basata sul susseguirsi di fotografie in bianco e nero integrate dalla parola che "aderisce come un guanto all'immagine", al contrario di quel genere di documentario in cui la musica ha un ruolo privilegiato. 

Da Dante a Pasolini

Abbiamo celebrato passato il 700° anniversario dalla scomparsa di Dante (2021) e dedichiamo le iniziative di quest'anno 2022 al centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, due autori accumunati dall'interesse per il valore politico della lingua e della rappresentazione. Un richiamo che ci sembra dovuto, per l' influenza che negli anni cinquanta ha preso la forma di un certo "realismo dantesco" nella narrativa e poesia pasoliniana, a partire dall'esempio di oggettività, sperimentalismo e plurilingualismo di Dante diffuso da un saggio di Gianfranco Contini del 1951, "Preliminari sulla lingua del Petrarca". 

Da Dante Alighieri
Da Dante Alighieri

«Vous voulez connaître le Dante. Les Italiens l'appellent divin ; mais c'est une divinité cachée: peu de gens entendent ses oracles; il a des commentateurs, c'est peut-être encore une raison de plus pour n'être pas compris. Sa réputation s'affermira toujours, parce qu'on ne le lit guère. Il y a de lui une vingtaine de traits qu'on sait par cœur: cela suffit pour s'épargner la peine d'examiner le reste.» (Voltaire, Suite des mélanges).

Italiano: «Voi volete conoscere Dante. Gli Italiani lo chiamano divino; ma è una divinità celata: poca gente comprende i suoi oracoli; lui ha dei commentatori, e questa può essere ancora una ragione in più per non essere compresa. La sua reputazione s'affermerà sempre, perché noi non leggiamo abbastanza. C'ha lasciato di lui una ventina di versi che conosciamo a memoria: è sufficiente per risparmiarci la pena di esaminare il resto.»

Nei primi anni Sessanta, invece, Dante è diventato fonte di ispirazione di un certo "realismo figurale" nel cinema pasoliniano a partire dai concetti di figura e "contaminazione degli stili" di Erich Auerbach - come emerge chiaramente nella fase "nazional-popolare" del suo cinema che va da Accattone (1961) a Il Vangelo secondo Matteo (1964). Pasolini pare abbia trovato in Dante un modello con cui rispondere, in ambito artistico, ad una domanda estetico-politica di grande rilevanza per il suo tempo: la rappresentazione dell'altro, il popolo.

Attraverso la tradizione cristiana a lui disponibile, Dante riesce a raggiungere questa integrazione tramite il doppio ruolo di auctor/actor che gli consente di combinare la funzione intellettuale con l'illusione di un reale viaggio fisico attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso. Ed è proprio questo modello di "poeta della realtà" ad offrire a Pasolini, almeno negli anni Cinquanta, un esempio, sul piano linguistico ed autoriale, di integrazione delle due funzioni, in pieno clima ideologico post-crociano. Eppure, per Pasolini, come l'autore scriverà nel 1965 in "La volontà di Dante "a" essere poeta", il realismo di Dante rimane un mistero.  L'originalità con cui Pasolini ha affrontato l'argomento della "realtà rappresentata" in relazione alle classi subalterne ha comunque avuto il merito di mettere in evidenza il divario esistente tra il cuore idealistico del discorso etico-politico delle culture realiste del suo tempo e il livello dialettico, materiale dell'esperienza artistica.

Nel contesto del periodo considerato, la riscrittura pasoliniana della Divina Commedia, La Divina Mimesis, il cui corpus principale è stato scritto tra gli anni 1963 e 1965 - con un momento di brusca interruzione proprio dopo le celebrazioni per i 700 anni di Dante nel 1965 - si colloca in un momento di svolta nella carriera pasoliniana e costituisce la sua fondamentale riflessione sul ruolo autoriale, misurato, appunto, sull'imitazione di Dante. La riscrittura pasoliniana della Divina Commedia non prenderà mai forma compiuta e resterà nel cassetto per anni, con poche ma importanti aggiunte di note o frammenti. Eppure, Pasolini decise di consegnare all'editore quest'opera, proprio nel suo stato incompiuto e frammentario, pochi giorni prima di essere ucciso nel novembre del 1975. La Divina Mimesis verrà pubblicata postuma qualche settimana dopo ed è una delle più significative dichiarazioni poetiche che l'autore ci ha lasciato.

Per mettere in luce le relazioni che questo testo frammentario ed incompleto stabilisce con l'attività poetica, narrativa e saggistica di Pasolini negli anni Cinquanta, il suo primo cinema e il dibattito sulla "nuova questione della lingua" ed il nazional-popolare, la rappresentazione di Dante in Pasolini viene qui affrontata come un fenomeno complesso e stratificato di appropriazione creativa che va interrogato a diversi livelli.

Le forme di "realismo" del dopoguerra risultavano a Pasolini insufficienti e con non poche contraddizioni. Innanzitutto, queste spesso rivelavano una mancanza di "reale" esperienza dell'altro da parte dell'artista borghese, con la conseguenza di restituire rappresentazioni stereotipate e poco autentiche, come i limiti di alfabetizzazione e di potere delle classi subalterne nell'auto-rappresentarsi in letteratura, condizione alla base dell'impegno di molti intellettuali, normalmente appartenenti ad una classe più alta, di "parlare per loro". Questo è un punto che Pasolini solleva già nel 1952 anche per la poesia dialettale, mettendo in evidenza il falso binomio tra realismo e dialetto (vedi Poesia dialettale del Novecento), quella che Fortini chiamava la "coltivazione artificiale dei dialetti". In secondo luogo, non venivano messe in discussione le strutture linguistiche che veicolavano contenuti della realtà finendo per utilizzare una lingua tipicamente borghese per rappresentare il popolo. Lo sperimentalismo linguistico non era nell'agenda del realismo. Un'altra contraddizione emergente nella riflessione pasoliniana sul realismo riguarda i limiti del medium letterario che può solo sviluppare forme di approssimazione all'esperienza emozionale e fisica di una determinata realtà. Come imitare la lingua e i comportamenti degli altri è stato di fatto il principio guida della sua sperimentazione narrativa attraverso vari media artistici, in particolare nel passaggio dalla letteratura al cinema. 

Pasolini pittore "Suonatori"
Pasolini pittore "Suonatori"

"Con la cultura non si mangia, di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia".

Autoritratti e ritratti d' intellettuale

"Potrei anche tornare alla stupenda fase della pittura... Sento già i miei cinque o sei colori amati profumare acuti tra la ragia e la colla dei telai appena pronti...". In queste parole Pasolini dichiara il suo legame permanente con un bisogno, che sin da bambino, lo portava ad esprimersi laddove la parola non bastava, con il disegno e la pittura. Il senso del suo io poteva essere celato dietro le pause di un verso, tra parole da lui amate oppure colto con gli occhi nelle sue opere figurative, le quali paiono esser generate dai suoi stessi versi. La medesima ricerca che egli effettuava sul lessico poetico e non, investiva anche la tavolozza da lui usata. Rimanevano quei "cinque o sei colori amati" che in rapidi gesti mai pienamente definitivi, si confermavano rivelatori di una personalità per la quale anche un piccolo segno sulla tela, rappresentava una sorta di prolungamento dell' anima.

La capacità pasoliniana di lavorare attraverso la ripresa di moduli linguistici appartenenti alla storia dell'arte, non è pedissequa e sottomessa, ma contiene i germi di una modificazione che si fa strada nel procedere degli anni e trova le sue espressioni migliori nei suoi autoritratti con il fiore in bocca (fig. 1 e 2).

In queste due opere del 1946 e del 1947 è possibile rintracciare un atteggiamento che accompagnerà Pasolini lungo tutta la sua vicenda artistica, cinema compreso. Se la citazione di partenza è l'autoritratto con il fiore in bocca di Van Gogh, l'impianto dei due quadri è totalmente differente. Intanto vediamo l'artista mettere come sfondo dell'opera del 1947 un altro suo quadro: la rappresentazione nella rappresentazione, il quadro nel quadro. Una posizione da cui è possibile rilevare come egli non intenda la pittura come un intrattenimento naturalistico del dopolavoro, che viene dopo aver realizzato prove in altri campi più impegnativi. Non bisogna farsi ingannare dalla granulosità dell'autoritratto, dalla pennellata spessa e disinvolta che contrasta invece con la citazione alle spalle di un altro proprio dipinto, realizzato con altra tecnica e dalla presenza graziosa del fiore in bocca.

Un gioco di geometrie divide il campo visivo del quadro, creando una partizione sapiente del dipinto, mediante righe verdi (lo stesso verde marcio che ricopre il volto di Pasolini, che ricorda un colore particolare di una grande pittore manierista amato da Pier Paolo, Pontormo). Le spalle sono dipinte con colori diversi, un rosso e un blu che scandiscono la figura rendendola elemento di una composizione che non tende certamente alla verità naturalistica quanto piuttosto alla messa in posa e rappresentazione di uno stato interiore.

La messa in posa è una costante di tutta l'opera di Pasolini, specialmente cinematografica, ma anche nell'ambito della pittura egli adopera questa sorta di rallentamento e dilatazione di uno stato d'animo. La messa in posa è tipica dell'arte manierista, non a caso nel Cinquecento è molto abbondante la produzione di ritratti, tutti virati nel campo della rappresentazione delle virtù sociali. Il volto viene considerato lo specchio dell'animo, di uno stato sempre interiore. Pasolini adotta tale mentalità, naturalmente correggendone l'estrema eleganza e ribaltandola in un segno aspro e materico. Ma l'ottica resta la stessa, così l'idea che l'arte è sempre metalinguaggio, il prodotto di una lunga storia dell' arte.

L'altro autoritratto, detto della "vecchia sciarpa", forse anteriore di un anno, è ancora più all'interno di quel clima evocante tipico della cultura decadente.

Un quadro quasi notturno, risolto con un segno che definisce e incornicia elegantemente la silhouette dell' artista e lo pone in una posizione del collo quasi modiglianesca. Una grazia cromatica alleggerisce lo spessore del corpo e anche il fiore in bocca si spiega in una posizione innaturale e aggraziata. Lo sfondo assolutamente bidimensionale, tende a tracciarsi come uno scenario cieco e riflettente che spinge ancor più fuori la figura dipinta.

Pasolini ci ha lasciato anche altri autoritratti, schizzi veloci tracciati con la matita che riportano sempre una posizione interna, uno stato di riflessione che non accenna a diminuire, come uno stato febbrile che lo costringe a restituire di sé sempre una condizione di malattia. La malattia è quella di una sensibilità che ama avvertire la propria differenza rispetto all'indifferenza del mondo.


PP Paolini figura 3
PP Paolini figura 3