Il diario è qui

L'amore esiste? Quello epocale, intendo, quello della letteratura, dei film, del teatro. Condividevo con una persona cara questa domanda, ma la risposta l'ho trovata sul diario, nel suo commiato alla vita: dal doloroso estremo saluto al marito, amato tutta la vita fin dalla prima volta che l'ha visto. Allora questo mostro grandioso e meraviglioso che può cambiarci la vita esiste. Se un amore resiste vivo dopo cinquant'anni di vita in comune allora sì esiste, se milita e si gloria nel matrimonio esiste. Non sono tranquilla né per la scelta determinata che mi spaventa né per il suggerimento che mi sale dalla notte. Non una chiave, non una soluzione ma un altro dubbio che nasce dall'esperienza di questa e di tutte le vite che non ti regalano nulla e anzi sono tutte in salita e ti chiedono il conto a ogni piolo.

L'amore è un dono e dev'esser restituito, come ripeteva spesso mia madre nella sua richiesta d'amore: "Amor con amor si paga. In una vita, che si misura nel tempo, l'amore è uno scambio che dev'esser restituito anche fra madre e figlio, quello di un padre, di un marito, di una moglie, ....

Quando mia madre era ammalata mi era difficile raggiungerla spesso, poi un giorno accanto al suo letto c'era un prete, aveva portato l'estrema unzione e allora ho capito che stavo per perderla ma per me era troppo presto. Allora sono andata da lei ogni giorno. Con i miei tempi lenti tardi e il pasto che si freddava sulla consolle ai piedi del suo letto: Il cibo era lì, coperto, poi il traffico... Ma il paravento no, questo era definitivo come il prete. Sapevo cos'era: lo aveva spiegato mia madre, qualche giorno prima, una giovane anoressica, morta per il rifiuto di cibo. Mia madre mi raccontava che i familiari la pregavano di mangiare qualcosa e di non morire, volevano abbracciarla e lei li cacciava. Quando se ne andavano, a stento si alzava e andava a vomitare quel poco che aveva mangiato nel bagno. Quel paravento l'ho ricordato anche ieri, davanti a lei, malata. Ho ricordato con lei quella triste mattina e della paura che dal cuore mi stringeva lo stomaco. Sì, anche lo stomaco, che avevano bloccato a mia madre, intubata coi piccoli sacchetti che pendevano dal letto. Con le mani giunte, chiedeva a Dio di accompagnarla da sua madre, che invocava stanca di soffrire. La vedeva ogni notte: giovane donna, con velo nero, abbracciata ai suoi tre bambini. Rivedeva sua madre, vedova a poco più di vent'anni, che chiedeva aiuto e amore, maltrattata e cacciata dalla suocera, troppo stretta nel suo lutto, dimentica pure della fame dei suoi nipotini. Era la sua storia che ogni notte tornava e i medici la chiamavano ischemia.

Ecco, quella mattina trovai mia madre stanca, con le mani giunte e il viso bianco; una maschera per respirare le copriva metà di quel viso tanto bello, diventato piccolo piccolo. Rifiutava il cibo, ma il giorno prima il pranzo glielo avevo dato io, dovevano nutrirla con flebo e quel che era necessario per la sua vita, dicevano. Con tono sommesso e pietoso, l'infermiera mi sussurrava: "Le manca poco. Quando non mangiano...." Una rabbia mi salì fino al viso e rimproverai mia madre, che mi guardava silenziosa con gli occhi scuriti e opachi. "Ogni giorno, quando vengo a darti da mangiare devo insistere: "Mamma, se non mangi muori." A ogni parola sollevava le mani scarne e pallide verso il cielo e sussurrava piano: "Mamma". Strappai tutti i tubi, riconcorsi il carrello mensa e chiedendo un piatto di minestra imboccai come ogni giorno mia madre. La dirigente mi ha convocato severa minacciandomi di revocarmi il permesso quotidiano di entrata ma non ho rinunciato a mia madre, che è vissuta altri quattro anni.

Ho ritrovato lo stesso sguardo rassegnato sugli occhi di lei, sofferente e determinata a liberare i familiari dallo sforzo di assisterla e decidere ogni cosa per lei, che ha deciso sempre per tutti dal cibo ai vestiti, ai compiti, al pranzo. Ecco ricordavo questo episodio a Camilla, che sommessamente si era arresa da tempo e non voleva più vivere.

Ho ricordato a Camilla questo episodio di sofferente rinuncia alla vita, perché tutti abbiamo le nostre fragilità. "Tua madre era forte - mi rispondeva - non come me", le lacrime piccole le rotolavano sulle guance magre, scavate dal male, silenziose e rotonde nella sua dignitosa e rassegnata compostezza. Conservava sempre un fazzolettino bianco nella manica, stropicciato dal pianto. Prego mia madre di aiutarla, da lassù, di aiutarla perché io non so fare di più, neppure imboccarla perché c'è già chi lo fa e forse non sa a quanto poco possa servire.

Camilla ha una dose giusta per andarsene in silenzio e liberare tutti dal problema del suo grave male, sempre più spietato, e io soffro per lei, che mi affida il diario. 

 Quelle pillole non sono bastate e il suo diario è qui.